Passata per il momento la sbornia a 5 stelle, l'Italia nelle mani di Salvini

Scritto da Sabatino Savaglio. Postato in Politica

Il risultato delle elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia, come quello precedente in Molise, nonostante il limitato peso specifico delle due Regioni (per il loro numero di abitanti) ridimensiona fortemente quella che era stata la “vittoria” del M5S alle elezioni politiche del 4 marzo scorso.

La pretesa di Luigi Di Maio di poter fare il premier, in qualità di leader del partito di maggioranza relativa, è per il momento rinviata a data da destinarsi. Il leader M5S ha compiuto, per la sua arroganza, un pieno suicidio politico.

Ma non possono cantare vittoria nemmeno Matteo Salvini e l’intero centrodestra: certo il risultato delle due elezioni regionali ha rafforzato la destra e mostrato un netto trend di crescita. Ma i parlamentari sufficienti per governare non li hanno nemmeno Salvini, Berlusconi e Meloni.

Tutto ritorna, come prima e più di prima, nelle mani del Presidente della Repubblica. E’ impensabile che Sergio Mattarella possa sciogliere subito le Camere e richiamare gli italiani al voto nel mese di giugno. Tra l’altro, considerando i termini per l’indizione delle elezioni – in particolare per alcune normative specifiche dei seggi all’estero – la finestra temporale è già chiusa.

E’ quindi probabile che il Capo dello Stato sarà chiamato a tirare fuori il jolly dell’incarico ad un presidente del consiglio vicino al centrodestra, se non addirittura tra i parlamentari eletti, per ricercare una maggioranza chiara per guidare la transizione verso una riforma elettorale (ed istituzionale?) con il più largo dei consensi possibili, per gestire i rapporti con l’Unione europea su immigrazione e politica economica. Eventualmente con un appoggio esterno o, più probabilmente una “non sfiducia” da parte del PD. Tale ruolo potrebbe essere accettato dallo stesso Salvini o da un altro esponente della Lega, quale ad esempio Giancarlo Giorgetti? E’ questo il rebus che in questo momento deve risolvere Mattarella.

Una decantazione di questo tipo porterà sicuramente i Cinquestelle al tentativo di raccoglierne demagogicamente il beneficio in termini elettorali. Ma Di Maio, o chi lo consiglia, sa il trascorre del tempo farà emergere la sconfitta politica generata dalla gestione dei primi due mesi di legislatura, con l’impuntatura pretestuosa su un contratto di governo le cui clausole si volevano imposte solo da una delle parti.

Il M5S questo l’ha messo in conto: di fatto ha puntato sin dall’inizio a far governare gli “altri” senza il suo consenso, ha giocato il suo “all-in” nel poker delle trattative con il Quirinale e con le altre forze politiche. I rischi, per Di Maio, sono quelli del tramonto delle sue ambizioni personali (se non si vota subito non può ricandidarsi, salvo ulteriori colpi di scena nelle modifiche delle discutibili regole interne dei grillini) e che parte dei parlamentari Cinquestelle possano essere attratti dall’entrare nell’area di maggioranza.

Dal canto suo Matteo Salvini dovrà essere abile a non imitare il leader del M5S e a non riproporre gli stessi errori da questi commessi e, soprattutto, dimostrare con un’azione di governo da lui diretta o svolta da altri sotto la sua regia politica, che il voto degli elettori, almeno superata una certa soglia di pura rappresentanza, serve a decidere come guidare un Paese.

Se invece anche Salvini, che ha più del 40% dei deputati e dei senatori, dovesse intestardirsi nel ritenersi capo di governo eletto dal popolo, pur senza avere la maggioranza assoluta, avrà la responsabilità di tenere per diversi mesi, forse un anno,  un esecutivo a cui si oppone almeno il 70% degli italiani. E la colpa non sarà in questo caso di Mattarella, come non lo è stata, nel passato, di Giorgio Napolitano.